Come dargli torto

Ho salvato l’immagine dal sito di Ryanair prima che la tolgano…

Ryanair su Bossi

(Intanto Alitalia perde un milione di euro al giorno)

July 26, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     , ,      comment

Serialità e random walk: i Promessi Sposi, il cigno nero e il campionato di calcio

(Off topics, qualunque sia la topics. In realtà questo post non starebbe male sul blog di Federica, o su quello di Giovanni, anche se ovviamente loro sono maestri e io un umile apprendista)

Ho appena finito di leggere The Black Swan, il che non solo è rinfrescante mi ha costretto a soffiare via un po’ di polvere dalla teoria della probabilità studiata all’università. Forse per questo, durante un’innocente chiacchierata a pranzo con Antonella e Elena, mi è venuto da formulare la seguente ipotesi: i prodotti seriali (come le telenovelas o il campionato di calcio) possono essere visti come un’applicazione del modello statistico detto random walk. Funziona così: un uomo lancia una moneta. Se esce testa, fa un passo avanti; se esce croce, ne fa uno indietro. Guardando quest’uomo si osserva un movimento continuo; lancia la moneta, si sposta, lancia di nuovo la moneta, si sposta di nuovo. In altre parole, ogni iterazione n è differente dall’iterazione n-1. Dopo un numero N di iterazioni, tuttavia, è probabile che l’uomo non sia troppo lontano dalla posizione iniziale; anzi, se N è sufficientemente grande la probabilità che vi sia molto vicino è alta. Il valore atteso del random walk (cioè la media della distribuzione di probabilità che lo governa) è appunto la posizione iniziale, e le occasionali deviazioni (molti lanci di fila danno testa, e l’uomo si sposta in avanti), se si attende abbastanza a lungo, verranno controbilanciate da deviazioni di segno opposto (molti lanci che danno croce).

Esempi di random walk

Per un non tifoso come me, il campionato di calcio somiglia a un random walk. Un anno il Milan batte la Roma, l’anno dopo la Roma batte il Milan e così via: visto da vicino sembra muoversi, ma nel lungo periodo sta sostanzialmente fermo. Ci sono alcune grandi squadre, più meno le stesse da decenni, che stanno in media ai piani alti della classifica; e da lì a scendere, nella coda lunga del pallone italico, con mutamenti congiunturali ma non strutturali. La stessa cosa avviene nelle telenovelas, dove A (fidanzato di B), si innamora di C per poi tornare da B che nel frattempo aveva avuto un flirt con D. Se aspetti qualche anno e poi riguardi la stessa telenovela può capitare di rivedere A che si ri-innamora di C o ri-ritorna da B. C’è sì movimento, ma è superficiale, inoffensivo, quel tanto che basta per non annoiarsi. La vera serialità è sostanzialmente ferma nel tempo: Superman muore, ma poi risuscita e riprende a sconfiggere supercriminali, con variazioni ma senza allontanarsi troppo dalla struttura base. Tutti questi sono random walks narrativi. Per contrasto, il romanzo ottocentesco ha una direzione, una struttura vera: Renzo e Lucia, che volevano sposarsi, ci riescono, mentre Don Rodrigo, che voleva Lucia per sé, muore di peste. I personaggi di Don Alessandro non descrivono un random walk, e infatti i Promessi Sposi si prestano male alla serializzazione.

La vita, secondo l’autore di The Black Swan, somiglia molto di più ai Promessi Sposi che al campionato di calcio. Ci colpisce con “cigni neri”, eventi molto improbabili, imprevedibili, tendenzialmente irreversibili e che tuttavia esercitano grande influenza sulle nostre vite: la seconda guerra mondiale, il crack finanziario del 1987, l’11 settembre. Nonostante questo – e a rischio di essere completamente spiazzati da questi eventi – gli uomini sembrano sentire la necessità di non pensare a questa tirannia del caso sulle loro vite, e si ostinano a costruire modelli di gestione del rischio basati sull’ipotesi che la casualità sia inoffensiva. Possibile che lo stesso meccanismo psicologico spieghi in parte il successo dei prodotti seriali, come Beautiful e il campionato di calcio? Il random walk è rassicurante: ci dà abbastanza movimento da generare una pseudonarratività, ma non abbastanza da generare una narratività vera, con le cose che cambiano per sempre, e mai, mai più torneranno come prima. I narratori alla Manzoni la vedono diversamente: sarà per questo che Canale 5 non li manda in onda subito dopo pranzo, come sottofondo alla digestione degli italiani.

Canto d’amore per Dergano

Ragazzi in piazza Dergano, a Milano

Da qualche mese mi sono stabilito a Dergano, un quartiere di Milano nord. E’ un posto assolutamente straordinario, tanto che faccio perfino fatica a descriverlo. “Non sembra di essere a Milano” ci ripetiamo  Vanessa e io. L’impressione, infatti, è quella di essere in un piccolo paese italiano, e non di adesso, ma dei primi anni 70. Ci sono due botteghe di fabbro. Ci sono i negozi di ferramenta con i muri completamente occupati da piccoli cassetti in legno scuro per viti e chiodi di varie dimensioni. Ci sono le trattorie dove gli operai in tuta vanno a pranzo. La mia preferita è “da Amilcare”: ha l’insegna in bachelite e serve piatti d’altri tempi come consommé in tazza (un euro e ottanta) e maccheroni con ragù (due euro e dieci). Ci sono gli anziani che se la raccontano ai giardinetti. C’è una sezione del PD incredibilmente aperta tutte le domeniche (domenica un signore mi ha fermato per vendermi L’Unità: ovviamente l’ho comprata, commosso. Nostalgia canaglia). Fanno una festa di quartiere che dura dieci giorni, interamente basata sul volontariato. E’ evidente la vocazione produttiva del quartiere: ciminiere, gasometri, rotaie. Tutta questa roba in Emilia ce la sogniamo, è scomparsa da venticinque anni.

Ma è chiaro che la similitudine con il paese emiliano anni 70 è incompleta. Dergano è stato comune fino al 1868, ma ora è parte della zona 9 di Milano, che comprende anche Isola, Bovisa, Niguarda, Affori e Bruzzano e mette insieme 194mila e passa abitanti. Ci sono 26mila stranieri residenti, di tutti i continenti e di tutte le culture: quattromila egiziani, altrettanti cinesi, oltre tremila filippini, duemila ecuadoregni abbondanti, altrettanti peruviani, milleseicento cingalesi, ottocento rumeni, altrettanti marocchini e albanesi, seicento bengalesi. Ci sono templi di tutte le religioni principali: la chiesa cattolica di San Nicola Vescovo (il santo che ha fatto carriera come Babbo Natale) dalle formidabili campane in bronzo; la famosa moschea di Viale Jenner; la sala del regno dei Testimoni di Geova in via Monte San Genesio; e in via Manzotti, proprio nel mio palazzo, la chiesa evangelica, che il sabato si riempie di neri elegantissimi nel vestito della festa, e li senti cantare. C’è il bar di Mario e Gio (lui ex pilota da corsa, lei ex fioraia e oggi artista) sempre pronto ad accogliere noi profughi delle notti milanesi. C’è una bellissima biblioteca con un giardino di lettura, una sala multimedia pensata per l’accesso ai disabili, e una collezione di libri in lingua cinese (!). Ci sono grandi e coloratissimi murales “resistenti”. Ci sono le ronde padane (ma la zona 9 è l’unica a maggioranza di centrosinistra). Ci passa la linea 3 della metropolitana, e prima dell’Expo dovrebbe arrivare anche la linea 6. C’è il Politecnico, nella confinante Bovisa. Ci sono le prime battute di un nuovo movimento di immigrazione, da parte di giovani professionisti e aziende in cerca di spazio (relativamente) a buon mercato: per esempio la Universal, mia ex casa discografica, si è trasferita in via Imbonati.

Siamo in città, eccome. Della città abbiamo la vitalità pazzesca, lo stratificarsi e il ricombinarsi delle storie individuali che dà origine a uno “spirito del luogo” diverso da tutti gli altri, come nella Belleville di Daniel Pennac. Stamattina una signora anziana si è fermata a fare un complimento a una giovane egiziana in caftano candido e foulard sui capelli: “Come sei bella! Come ti sta bene! Ha visto, signore, come sta bene?”. Mi piace Dergano, è un laboratorio e ha futuro. Noi che viviamo qui abbiamo il diritto e il dovere di raccontarla, per non lasciare tutto il campo alla solita informazione italiana, ai suoi luoghi comuni e alla sua negatività.

July 20, 2008     Alberto     Hyperlocal     , , , , , , ,      15 comments | show

Summer of love

Two nice little things I’ve found hanging out on the web: the Brilliant Weblog Prize awarded to Mondine 2.0, “our” film’s blog (almost finished now: just a little more patience) and this video, shot at last year’s  Globalquerque Festival . It’s summer yet! :)

 

July 16, 2008     Alberto     Fiamma Fumana     , , ,      2 comments | show

Facce nuove per lo sviluppo

In questo periodo passo molto tempo su Kublai. E’ davvero un esperimento affascinante: un ambiente multicanale di creativi, che usa un blog, un social network, un isola su Second Life e perfino incontri fisici per produrre progetti di sviluppo del territorio. E’ presto per le conclusioni, ma il mio gruppo ed io stiamo cominciando a costruire qualche ipotesi. Per ora sono sbalordito dalla qualità delle persone che scelgono di iscriversi al nostro social network ai suoi primi vagiti (150 membri, due mesi di vita): solo nell’ultima settimana si sono iscritti una giornalista, esponente di 40xVenezia, che vuole fondare un quotidiano online; la mediateca di Matera; il portavoce di Recidivi, la rete dei festival di cinema della Puglia e della Basilicata; il direttore del Festival del copyleft di Arezzo; il fondatore di booKerang, startup che si occupa di libri e di lettori; una donna che ha appena brevettato un nuovo design per tegole fotovoltaiche; uno dei progettisti di Blogitalia.

I kublaiani sono la ragione principale per cui partecipo così volentieri a questo progetto. Hanno idee, energia per portarle avanti, integrità per non arrendersi alle difficoltà. Con frequentatori di questo tipo non mi stupisce affatto che Kublai stia diventando un terreno su cui i creativi fanno alleanze, coinvolgono altri, esplorano gli spazi di azione comune. E’ un processo che si vede benissimo (ne ha scritto Marco) e che trovo… emozionante.

Non credo di sbagliare di molto se dico che queste sono tutte facce nuove sulla scena dello sviluppo locale: persone che i policy makers del nostro paese non conoscono, non capiscono, non riescono a motivare. Mi viene in mente una riflessione che facevamo con Alberto al Pangea Day: noi creativi siamo pochi e dispersi, ma adesso siamo collegati e possiamo fare la differenza.

Kublaiani

July 11, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     , ,      comment

La musica è roba da vecchi

 

Sabato scorso mi hanno telefonato di accendere il televisore per vedere il Concerto per i ragazzi di strada, un evento benefico mandato poi in onda (in una sintesi) da Rai Uno. Oltre ai miei ex soci Modena City Ramblers, ho fatto in tempo a vedere Al Bano, i Matia Bazar, Andrea Mingardi, i New Trolls, Roberto Vecchioni, Eugenio Bennato, Frankie Hi-NRG. Gusti musicali a parte (i miei sono piuttosto distanti da alcune di queste proposte, ma questo non ha la minima importanza) ciò che mi ha colpito è l’estrema vecchiezza degli artisti. A parte i MCR e Frankie (comunque tra i 40 e i 50 anni, e qualcuno anche oltre i 50), gli altri erano tutti over 60. Spirava un’aria sinistra, molto italiana, di inamovibilità: hic manebimus optime, qui sono e da qui non mi muovo, senza nessun senso di autocritica, nessuna vergogna per repertori non rinnovati da decenni e proposte stantìe. Vecchioni (con una maglietta grigia a maniche corte da reparto ospedaliero che gli scopriva le braccia da vecchio) ha cantato, indovinate un po’, Samarcanda (1977). I New Trolls, ebbene sì, Quella carezza della sera (1978). I Matia Bazar, proprio così, Ti sento, grande pezzo ma del 1985.

La cosa che mi amareggia di più è vedere giovani musicisti collaborare con queste persone in ruoli chiaramente subalterni, senza potere mai crescere. Mi ha fatto male al cuore vedere la “giovane” (40 anni giusti) ed energica Roberta Faccani (Matia Bazar) usata da Golzi e Cassano come una trasfusione di sangue per mantenere artificialmente in vita un progetto in sè vecchio: forse Roberta meriterebbe di avere un’occasione tutta sua, come lo meriterebbero altri musicisti giovani che sono saliti sul palco quella sera con un ruolo, invece, da comprimari.

Purtroppo non credo che ne avranno mai una, salvo casi molto fortunati. La tempesta di internet, distruggendo il modello di business basato sulla vendita di supporti come il CD, ha spezzato la capacità dell’industria musicale di sviluppare talento e portarlo all’attenzione del mercato, per cui – razionalmente – discografici e promoter cercano di prolungare la gloria di quegli artisti che sono riusciti a costruirsi una notorietà prima del 2000 – meglio ancora se prima del 1985. Al Bano ha pubblicato 30 album, Mingardi  e Vecchioni 26 ciascuno, i Matia Bazar 25, i New Trolls 33.  Fino a che un modello di business nuovo non emergerà, quella musicale è destinata ad essere una delle industrie più conservatrici e gerontocratiche del mondo. Meglio fare altro.


   


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