Il Ministero dello sviluppo in Creative Commons

Negli ultimi anni mi sono spesso ritrovato a usare la conoscenza accumulata lavorando a un progetto per coinvolgere altri nella discussione su quel progetto e quindi, in definitiva, il mio lavoro di consulente. Quasi sempre questo ha comportato la diffusione sul web di dati e fatti. In realtà è per questo che è nato questo blog! La cosa sembra funzionare: si vede molto bene nel blog del progetto Visioni Urbane in Basilicata: in cinque mesi abbiamo raccolto oltre 500 commenti da parte di esponenti della scena creativa locale, che ci danno il polso di ciò che accade. Senza questo strumento non sarei riuscito a decodificare la situazione. I miei committenti mi hanno sempre più o meno lasciato fare, con più o meno entusiasmo.

Ma c’è un problema, che è quello del diritto d’autore. Quando firmi un contratto in genere c’è scritto qualcosa come “I materiali prodotti nel corso del progetto sono di proprietà di Studiare Sviluppo, che si riserva tutti i diritti” eccetera eccetera. Naturalmente questa dicitura è una specie di fossile giuridico, i committenti non hanno intenzione di pubblicare best sellers con il mio rapporto di ricerca o di vendere a Hollwood i diritti per la realizzazione di un film (chi farebbe la mia parte? Dustin Hoffman? Joe Pesci? Ci vuole uno basso…). Nessuno obietta a che tu vada a un convegno a raccontare cosa fa. Qualche problema può però nascere se il progetto ha problemi (può succedere, eccome) e tu li dichiari onestamente. Questo può toccare varie sensibilità. Questo post, per esempio, mi è costato una diffida da parte di uno dei miei partners nel progetto Booster (per la cronaca: SMILE Abruzzo, l’ente di formazione professionale della CGIL).

[...] vi chiedo di formalizzare all’interno [sic] del verbale della riunione odierna [...] la “diffida” a tutti i partners ad effettuare attività di mainstreaming/diffusion/comunicazione a chiunque indirizzati [sic] che non siano stati preventivamente e collegialmente autorizzati dalla Partnership di Sviluppo [cioè da loro].

Traduzione: non posso scrivere sul mio blog che il progetto va male. A parte che vietarmelo mi pare illegale, mi sarebbe sembrato più costruttivo intervenire nel dibattito e spiegare perché, secondo loro, mi sbaglio. Comunque. Potete trovare qui una scansione integrale della lettera.

Conclusione: sto partendo con un nuovo progetto, ve ne parlerò presto. Il mio committente è il Ministero dello sviluppo economico, e più precisamente l’Unità di valutazione degli investimenti pubblici del Dipartimento politiche per lo sviluppo. Sul contratto ho fatto inserire questo articolo:

Tutti i materiali prodotti nel corso del progetto sono di proprietà di Studiare Sviluppo. Essi verranno rilasciati sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Non Commerciale 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.5/deed.it).

Traduzione. Quindi io o voi, o chiunque, possiamo postare, riprodurre, diffondere o citare quella roba, purché ne indichiamo la fonte e non vendiamo le riproduzioni. Credo sia la prima volta che un progetto del Ministero usa questo tipo di licenza. Grazie a Mirko Ceci, Simona Pastorelli, Francesco D’Amato e Elvira Berlingieri aka Night Thursday per la consulenza.

febbraio 28, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     4 comments

Mondine 2.0: Di madre in figlia al Barcamp Torino

Mentre noi FF eravamo in Olanda per suonare al Fidder Folk Festival Freddy e Valeria avevano il loro battesimo del fuoco nella blogosfera al Torino BarCamp 2008. Il progetto Di madre in figlia, come i miei lettori sanno bene, ha un proprio blog, Mondine 2.0. Vorremmo che questo blog fosse un specchio in cui una community che ancora non sa di esistere, ma che noi sentiamo raccogliersi intorno alle mondine e ai valori che le mondine incarnano, potesse percepire se stessa. In rete si parla molto di communities (io, per esempio, ne ho parlato qui): la caratteristica particolare della nostra è che solo una parte di essa, quella “nuova” usa la rete, mentre quella tradizionale, che esce dai paesini come appunto Novi di Modena, in rete non c’è. Lo stesso Coro delle mondine di Novi comunica in rete principalmente attraverso di noi Fiamma Fumana e la nostra rete di collaboratori: da lì vengono appunto Valeria e Freddy.

V&F sono tornati dal BarCamp molto soddisfatti e stimolati (leggetevi il loro bellissimo post). Nella migliore tradizione di internet – orientata alla condivisione e all’aiuto reciproco – il popolo della rete è stato prodigo di incoraggiamenti e consigli utili: l’intervento è stato seguito da un pubblico numeroso e attento. I barcampers più citati sono stati Elena “Brezzadilago”, Roberta Milano, Marco e Susan, ma già da prima del Barcamp alcuni amici e bloggers di alto bordo come Alberto D’Ottavi e il “padre spirituale” di Mondine 2.0, Vanz, ci avevano molto aiutato. Sono contento, portare la tradizione in rete e la rete a occuparsi di tradizione mi sembra un obiettivo alto, per cui vale la pena di sbattersi un po’. Vediamo come va a finire. Qui sotto, le slides dell’intervento di Freddy e Valeria.

 

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febbraio 25, 2008     Alberto     Fiamma Fumana     9 comments

Come ho scoperto l’acqua calda (di nuovo)

Howard Rheingold

Sto leggendo un libro straordinario, The Virtual Community di Howard Rheingold. Rheingold è un signore californiano che si occupava già di comunità virtuali nel 1985 – ai tempi di Usenet e delle BBS, mentre io mi guardavo il Live Aid in televisione. Con le sue 447 pagine, TVC è tante cose diverse: una storia della rete vista dalla prima fila, una vena ricchissima di spunti sull’innovazione e sulle sue sorgenti, un resoconto vivacissimo dell’approccio irriverente e controculturale dei pionieri della tecnologia IT. Ma è soprattutto una vera miniera di esperienze, saggezza, riflessioni sul comportamento sociale degli esseri umani nelle reti di computer, e sotto questo aspetto è di gran lunga il libro più ricco e stimolante che abbia mai letto. Ne risulta un bel bagno di umiltà. Ieri, per dire, me ne ritornavo da Potenza tutto compreso di me stesso e del mio orizzonte teorico di politiche pubbliche user generated (ne ho accennato in questo post) quando, sul volo Napoli-Milano, ho letto a pagina 289 questa frase:

I cittadini [nelle comunità virtuali civiche] possono mettere dei punti sull’agenda della città, ma se volete coinvolgere persone che hanno un ruolo istituzionale chiarite a tutti cosa si può e cosa non si può fare con questo medium per cambiare le politiche cittadine, e datevi delle regole di comunicazione educata in un contesto di libertà di parola. Avere sia forum moderati che forum totalmente non moderati sui soggetti “caldi” è una delle tecniche per mantenere uno spazio per il ragionamento senza comprimere la libertà di espressione. La gente che usa il sistema può progettare queste regole, ma se l’esperienza PEN ha una cosa da insegnare è che i cittadini non possono sperare di lavorare con il municipio senza una zona libera da flames per queste discussioni.

Ma tu guarda. Tutte le mie preoccupazioni sull’interazione amministrazione-creativi nel progetto Visioni Urbane spiegate in dieci righe e riferite a un caso solido, studiato a fondo e lanciato nel 1989! E io che mi facevo il viaggio di essere innovativo.

Leggere questo libro si sta rivelando un’esperienza esaltante e frustrante allo stesso tempo. Esaltante perché è bellissimo vedere l’intelligenza umana in movimento, che crea dal nulla tecnologie con il potenziale di cambiare – letteralmente – il mondo. Frustrante perché è impossibile reggere il paragone, almeno per me. Mi piace e mi interessa molto l’esperienza di unAcademy (ne ho parlato, in vari posts, tra cui questi), ma Mr. Rheingold mi fa gentilmente notare che Amy Bruckman e Mitchel Resnick hanno fatto MediaMOO, una “versione virtuale [e user generated] del Media Laboratory del MIT”… nel 1993. Sì, ma noi stiamo lavorando sul cazzeggio creativo e l’interazione sociale… niente da fare, Mr. Rheingold ha disegnato alcuni abiti per il ballo inaugurale del 20 gennaio 1993. E la mia idea di usare Second Life come ambiente di lavoro quotidiano (“ufficio online”)? Puah, una combinazione di MediaMOO e del sistema di comunicazione “2.0″ che l’EuroPARC della Xerox (a Cambridge, Inghilterra) aveva in piedi già nel 1992, quando Mr. Rheingold l’ha visitato.

Capite cosa intendo? L’ha espresso benissimo Mr. Rheingold stesso, in citando un colloquio che ha avuto con il progettista di comunità virtuali su reti pre-internet (in Giappone) Jeffrey Shapard. Questi incontrò internet nel 1988, a una conferenza, e commentò:

Mi sono sentito come se stessimo vivendo in una versione elettronica del medioevo, costruendo piccoli villaggi in regioni remote, cercando di inventarci dei modi in cui la gente potesse arrivare a noi e in cui noi potessimo accedere ai nostri vicini, pensando di fare qualcosa di nuovo e interessante… e poi scoprissimo la Cina, con una civiltà vasta, complessa e antica.

Che dice, Mr. Rheingold, forse sarà meglio studiare un altro po’, no? :shock:

febbraio 21, 2008     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto     1 comment

Ciao, vuoi comprare il mio amico? Social networks e pubblicità

Copertine di Pattern recognition

Una certa Leyna (26 anni – donna – Southlake Texas, Stati Uniti) ha mandato questo messaggio sul Myspace dei Fiamma Fumana.

Now you no longer have to spend many hours per day to promote your music
on the net.
All YOU have to do is to focus on your music and our E-TEAM will take care of the rest!
Our E-Team has over 9’000 members and continues to grow 5 to 50 new members daily. Each of our E-Team members has a personal MySpace profile
and handles around 40 contacts per day.
This kind of promotion strategy works very effectively with both established artists/bands and with developing ones. In the other words, we are using ‘word-to-mouth’ system, meaning when a member of our E-Team keeps direct contact with a potential fan, it also has a chain-reaction effect.

What You Can Get:
* 350 targeted (fans of your music genre) friend requests daily
* We do not require access to your MySpace account and guarantee that
your account will not be blocked or deleted.

Sign Up Here to test the power of our services – NumberOneMusic. com

Insomma, Leyna mi vende i suoi amici Myspace: li convince a chiedere l’add ai Fiamma Fumana, in modo che il gruppo li possa trasformare in clienti paganti. Non c’è da stupirsi, anzi. Tommaso Fabbri e io ci siamo occupati di marketing virale nel settore della musica nel 2003-2004 (abbiamo anche pubblicato un articolo su Economia e management), e Myspace – il principale social network orientato alla musica è un medium assolutamente naturale in cui ambientare operazioni di marketing virale. Quasi quasi mi compro una campagna, vediamo se riesco a vendere qualche disco o qualche concerto in più.

C’è qualcosa che mi impedisce di farlo. E questo qualcosa – per quanto possa sembrare stupido ed economicamente irrazionale – è che non mi piace l’idea che, tra le decine di persone con cui ho scambi liberi e disinteressati online, ci sia qualcuno che parla con me perché è pagato per cercare di vendermi qualcosa. Naturalmente non posso evitarlo: il fatto che io mi rifiuti di incoraggiare questa forma di pubblicità non la fermerà. Mi sento un cittadino della rete, e ho un forte interesse a mantenere relativamente libero da interessi commerciali lo spazio sociale in cui vivo; esistono certamente uomini marketing che non condividono questo mio interesse, e per i quali una rete orientata alla comunicazione pubblicitaria è un valore invece che un disvalore.

So molto bene che il marketing virale è un paradosso, e che non c’è modo di tracciare una linea che separi nettamente il fan che, dopo anni di devozione, prende un compenso simbolico per gestire il sito del suo artista preferito e il membro dello street team. In un certo senso dovremmo essere contenti: dopo quasi dieci anni dal Cluetrain manifesto le aziende (le band) parlano ai mercati con voce umana, e la voce è quella di Leyna (26 anni – donna – Southlake Texas, Stati Uniti).

In teoria, perché poi il messaggio di Leyna usa un marketingese lievemente sgrammaticato (word-to-mouth?!?) che mi comunica un’impressione di bassa qualità, coinvolgimento zero e me la rende molto, molto antipatica. Non le affiderei mai la mia musica da diffondere: il marketing virale non si fa così, bellezza.

Add rifiutato. Per questa volta. Ma il problema rimane: non voglio passare il mio tempo in rete a chiedermi se il tipo simpatico appena conosciuto sta cercando di vendermi un cellulare o un viaggio, come in Pattern Recognition di William Gibson.

febbraio 19, 2008     Alberto     musiconomics     19 comments

Correggio-Pescara. Un racconto sullo sviluppo e i suoi fallimenti
(guest post)

di Marco Colarossi 

CORREGGIO. INTERNO NOTTE

…cominciamo allora a raccontare la storia di un uomo, di un filosofo, o meglio di uno di quei giganti di cui parlava Guglielmo da Baskerville, il frate francescano protagonista del testo di Umberto Eco ‘Il nome della rosa’. Egli disse (citando Bernardo di Chartres) al suo allievo Adso: ‘Siamo nani, ma nani che stanno sulle spalle dei giganti, e nella nostra pochezza riusciamo talora a vedere più lontano di loro sull’orizzonte.’
La storia di un uomo. ‘Nessuna analisi, per quanto profonda, può avere intensità e pienezza di senso paragonabili a quella di una storia ben raccontata’, diceva Hannah Arendt.”

E’ questo l’inizio scelto da Simona per il suo primo incontro serale intitolato “Socrate e il mestiere di vivere.” Vuole provare a portare per una volta la filosofia fuori dalle aule scolastiche, e accetta la sfida di farlo nel suo piccolo paese: è il posto nel quale ha deciso di vivere, con la sua famiglia, i suoi amici, la sua gente… non potrebbe vivere da nessun’altra parte, eppure sta male nel vedere come spesso vanno le cose, anche in questa parte di mondo. Sente la responsabilità di dover provare a dare il suo piccolo contributo per un cambiamento. Questo non può essere il migliore dei mondi possibili.

“Socrate risponde che chi sa cosa deve fare, lo farà immancabilmente; se non lo fa, è perché non lo sapeva veramente… Fermati e pensa…”

Ha ripetuto la lezione molte volte, ma parlare davanti a gente adulta e conosciuta non è per niente facile. Per fortuna in prima fila ci sono i suoi ex allievi del liceo, ancora legati a lei e venuti nonostante le probabili interrogazioni del giorno seguente.

“Ecco il primo momento di contatto tra pensiero e coerenza di vita nell’intera filosofia occidentale.”

Applausi. Lei ringrazia, spiega il filo conduttore che aveva pensato per questa e le prossime due serate, poi però vede che la gente è ancora attenta, nessuno si alza, e allora continua, e prende a ripetere i concetti principali e a sottolineare l’attualità del pensiero di Socrate, per 2, 3, 4 minuti … “questa non la ferma più nessuno!” penso sorridendo fra me e me… ma sù, non si accorge che è il momento di chiudere, son già le 10 e 40 … lei invece continua, è un fiume in piena, quand’ecco che accade ciò che non mi sarei mai aspettato: una signora interviene, parla di sé e fa una domanda, poi ne subentra un altro, e altri ancora, ognuno con esempi e pensieri personali, ognuno con un proprio linguaggio, tutti visibilmente scossi dall’energia emanata da questa piccola filosofa che non la smette più di parlare, perché tiene troppo alle cose che dice, e le dice così, senza nessun tipo di barriera difensiva, in modo assolutamente emotivo.

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PESCARA. ESTERNO GIORNO

“Secondo me, Marco, i progetti sono tutti chiacchiere, tutti. In dieci anni l’unico risultato che abbiamo ottenuto è stata la sensibilizzazione del territorio rispetto a questi temi, la sensibilizzazione. Guarda anche il nostro progetto, che risultati ha ottenuto?”
“Beh, dopo la nascita di Pescaraduepuntozero c’erano grandi aspettative, se si fosse riusciti a dare all’associazione visibilità attraverso il festival avrebbero potuto proporsi per organizzare altre cose…”
“Sì, è vero, se si fosse fatto… ma poi dove sono andate a finire le istituzioni? E il Comitato dei Giochi del Mediterraneo? Di quello nessuno sa ancora nulla…”

E’ una giornata di sole gelido, nel febbraio pescarese. E’ passato un anno e mezzo dall’inizio delle attività di progetto; sembra una vita.

“…e poi basta progetti sugli immigrati, sui carcerati, sugli svantaggiati… non ce l’ho con loro, per carità, ma abbiamo messo in questi progetti montagne di soldi e non abbiamo prodotto nessun tipo di sviluppo territoriale. Servono progetti realmente innovativi… e soldi non dati a questi enti intermedi che ne tengono la maggior parte per loro e solo per produrre carta…”

Il tono della conversazione prosegue in un’altalena quasi schizofrenica in modo prima finto-dadocumentiufficiali, poi confidenziale-dasfogopersonale, poi ancora il primo…

“Il partner X onorerà gli impegni presi per il project work realizzando l’attività Y (((ma non tutte le altre)))… Noi abbiamo chiuso con il concerto del primo gennaio, nel quale i ragazzi hanno suonato su un palco enorme in una delle piazze principali di Pescara (((vuota))) … Prima dell’inizio del concerto, nel momento dei ringraziamenti di rito all’amministrazione per lo spazio concesso, mi sono sentito battere la spalla… mi sono girato… era l’assessore! Salito sul palco a sorpresa! …”
“Non ci posso credere, quello che era venuto subito in conferenza stampa promettendo il contributo dell’amministrazione per il festival, per poi non farsi trovare per mesi?? Bisogna avere davvero una faccia…”

Questa è una roba da commedia tragicomica all’italiana, penso fra me e me, ci si potrebbe trarre un libro o un film, o ancor meglio uno spettacolo teatrale…

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PESCARA-CORREGGIO. INTERNO GIORNO

“Ciao! Sono a Pescara, se ti va ci possiamo vedere per fare due chiacchiere…”
“Oh, ciao. Sì, devo portare mia madre in un posto poi passo e ci andiamo a prendere un caffè, ok?”

I due amici entrano nel bar, ordinano da bere e si siedono al tavolino vicino all’entrata.

“Che mi dicevi della situazione del progetto?”
“Brutto argomento, era meglio continuare a parlare di Correggio Mon Amour… La situazione è a dir poco un disastro: A è fallito e son tutti irreperibili, B è sotto indagini della procura, C ha sbagliato ancora a compilare i documenti per il rimborso, e la Regione non si capisce…”

Arriva il barista e i due si fermano di parlare.

“Ma dimmi un po’, secondo te il progetto è fallito? Perché c’è chi dice che non è così… io però penso di sì, ed ho investito in questa cosa molto tempo e la mia faccia, e io vivo della mia faccia, della mia reputazione, quindi almeno devo cercare di capire perché non ha funzionato, trarne una lezione, anche negativa, da portare con me.” 

In sottofondo la radio passa “Fango”, il nuovo singolo di Jovanotti…

“Non so, credo tu abbia ragione, probabilmente non avrebbe dovuto illudere tutti che una volta trovata una buona idea e un progetto di festival i soldi sarebbero venuti, perché non si può negare che poi il fatto di non averli trovati e non aver fatto il festival ha determinato delusione e perdita della fiducia, rendendo la situazione peggiore di quella iniziale… però cavolo, i soldi per fare un festival il progetto li aveva, forse non un festival così grande, ma una base si pensava proprio di riuscire a mettercela come progetto!
… e poi non è così facile dire cosa è giusto fare, a Correggio ad esempio è successo il contrario: una volta trovata l’idea sono arrivati anche i soldi, dalla Comunità Europea, dalla Fondazione Manodori…”

Cos’è che fa funzionare un progetto di sviluppo?
Io un’idea ce l’ho: la filosofia.

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febbraio 17, 2008     Marco     industrie creative e sviluppo     2 comments

“Settemila persone che cantano”

Fuori Orario

Bellissima la cena del Fuori Orario sul progetto Di madre in figlia. Non se l’aspettava nessuno: il locale è stato preso d’assalto, è stata la cena-record negli annali del locale: 250 persone a mangiare! Franco e gli altri hanno dovuto usare tutti i tavoli e apparecchiare anche sui ballatoi. Le mondine hanno tenuto banco alla grandissima, cantando da sedute a tavola, situazione in cui danno veramente il meglio di sé. E la cosa bella era vedere la comunità che si stringeva loro attorno: c’era Cisco con Giovanni, c’era una nutrita delegazione dei Modena City Ramblers, c’erano Maurizio, Davide e Walter del Gruppo Padano di Piadena, c’era Graziano “Monduja” Magagnoli con Luciano Gaetani per i Paulem, c’era Marco Mainini in rappresentanza della Bonifica Emiliana Veneta ma anche – insieme ai “due Fabio”, Bonvicini e Vetro – delle Pive nel Sacco, c’era l’ANPI di Casalecchio, c’era La Grande Famiglia (capitanata da Checco), c’erano Valeria e Freddy del blog delle mondine, c’erano i ragazzi di Correggio Mon Amour e Rock in Rolo, c’era la signora sindaco di Gattatico e Beniamino Grandi, assessore provinciale di Modena, entrambi in veste di privati cittadini, c’erano le associazioni coinvolte nell’organizzazione del 25 aprile al museo Cervi. Assenti giustificati gli altri, Roberta e io rappresentavamo i Fiamma Fumana. Tutti hanno cantato; i musicisti hanno grattato le chitarre e dato fiato alle fisarmoniche e alle pive. Praticamente a tutti è venuto di cantare canzoni popolari, usare il dialetto, le arie folk.

Ma guarda che roba. Vent’anni fa andavo in Irlanda e invidiavo gli irlandesi che si trovavano nei pub a suonare e cantare canzoni che conoscono tutti e che nonni e nipoti possono cantare insieme; mercoledì vivevo, in Emilia, a casa mia, una serata molto simile a quelle dei pub irlandesi dei tardi anni ottanta, ma con molta più gente e con molti più derivati del maiale in tavola. Giovani e anziani che si riconoscono come attori della stessa storia, con le mondine a fare da simbolo vivente della gioa e del coraggio della nostra gente. Un sogno di vent’anni fa che si realizza…

E non finisce qui. Perché il Fuori Orario ha un capotreno, e questo capotreno è Franco Bassi, che è un visionario vero. E Franco – commosso a vedere il Fuori Orario pieno non solo di giovani, ma anche di anziani, tutti contenti perché “a’s chènta a tèvla”, si canta a tavola – appena realizza un sogno ne sogna subito uno nuovo. E quello che ha sognato è: “il 25 aprile al museo Cervi deve essere come stasera, ma 100 volte più grande. Il 25 aprile al museo Cervi portiamo settemila persone che cantano!”

Settemila persone che cantano. C’è qualcosa qui. Proviamoci. Chi viene a cantare con noi e con le mondine?

febbraio 15, 2008     Alberto     Fiamma Fumana     6 comments

Tanti piccoli Radiohead

Dopo il caso Radiohead (su cui mi riservo un post successivo: ne ho parlato però a lezione al MMCM) stanno venendo alla luce diversi casi di musicisti che sperimentano nuovi modelli di business sul web.

  1. la cantautrice Jill Sobule calcola che le servono 75mila dollari per produrre il suo prossimo album. Ha deciso di chiederli al suo pubblico: ha messo in piedi un sito, jillsnextrecord.com, dal quale potete farle una donazione. Quello che ne avrete in cambio è coinvolgimento: al livello minimo (25 dollari, “polished rock level” riceverete un CD qualche settimana prima dell’uscita ufficiale; a quello massimo (sopra i 10.000, “weapon-grade plutonium level”) verrete invitati per cantare nell’album. A oggi, Jill sostiene di avere raccolto 48.465 dollari, quindi è molto più che a metà strada.
  2. l’artista sudafricana Verity ha prevenduto 1600 copie del suo primo album (quindi devo pensare che non avesse una grande fan base a disposizione) a 150 rand (circa 24 dollari) prima di inciderlo. Ha messo online il sito nel 2005 e ci ha messo oltre due anni! Quando poi la produzione è cominciata (agosto 2007) ha tenuto sempre spalancate le porte dello studio di registrazione, pubblicando il budget e perfino consentendo ai suoi sottoscrittori di ascoltare la preproduzione e votare su quali canzoni includere nell’album e quali lasciare fuori.
  3. la vecchia gloria del pop rock femminile (ed ex compagna di Tom Waits) Rickie Lee Jones la mette giù senza tanti fronzoli: “Semplicemente, non abbiamo i soldi per creare nuova musica [...] Vi offriamo il vostro nome sui credits del CD per 50 dollari. Per 100, Rickie firmerà la copertina proprio per voi.” Non è molto 2.0, ma immagino che non si possa pretendere troppo. Fa un po’ impressione, perché stiamo parlando di un’artista che ha vinto due Grammy, è stata due volte in copertina su Rolling Stone e ha avuto quattro album nella top 10 di Billboard.

Tutte queste sono storie di disintermediazione (ricordate i discorsi al tempo di internet 1.0?) il cui senso è chiarissimo: l’artista è una persona che vive di mecenatismo, cioè di contributi volontari da parte di persone che nella sua arte trovano godimento ma che non sono in alcun modo obbligate a contribuire: il free riding è possibile, ma il mecenatismo dà a chi lo pratica buone vibrazioni e status.

Nell’ormai lontano 2001 pubblicavo sul settimanale “Diario” un articolo che parlava di queste cose in relazione proprio al tema del copyright, del file sharing eccetera. Si intitolava “Vivere di mance”, da una famosa frase attribuita a Courtney Love (“Sono una cameriera. Vivo di mance.”). Sostenevo che ciò che dà da mangiare all’artista non è il diritto d’autore, ma il rapporto che questi riesce ad instaurare con il suo pubblico. Di conseguenza, scrivevo, sono certo che la musica sopravviverà alla fine del diritto d’autore (mentre le multinazionali del disco probabilmente no). Non sono particolarmente bravo nelle previsioni, ma pare che quella volta ci abbia azzeccato!

 

febbraio 8, 2008     Alberto     musiconomics     comment

Second Office parte II – Metafore per l’interazione orientata al lavoro in Second life

L'ingresso della UnAcademy
Il piccolo drappello di unAcademy (ne ho parlato qui) si è dato ieri un proprio social network sul web che faccia un po’ da “ufficio anagrafe” e da collettore di informazioni, links e quant’altro per il nostro gruppo (la mia pagina è qui). Come ho già scritto, l’attività delle conferenze e dei cicli di lezioni su Second Life sta andando bene, e forse UA può pensare di uscire dalla fase alpha per affrontare il futuro in beta, come dice argutamente il suo fondatore Giuseppe aka Junikiro.

Mi sembra un’ottima occasione per chiedere la collaborazione dei miei amici “non-accademici” per mettere a punto un oggetto che mi sta a cuore da parecchio tempo, e cioè il Second Office (O2 mi sembra una buona sigla, che ne dite?). Il problema è il seguente: vorrei provare a usare SL come ufficio per gruppi di lavoro sparsi sul territorio fisico. Collaboro con il ministero dello sviluppo, e in questo ambiente è assolutamente la regola che a uno stesso progetto partecipi gente di tutta Italia. Vedersi fisicamente disperde in viaggi molto tempo e denaro, entrambi pagati dal contribuente.

Vedo questo esperimento come molto vicino a UA. Per UA l’attività portata in SL è la formazione, e la metafora principale è l’aula. Per Second Office l’attività è la riunione, e la metafora principale l’ufficio. Per entrambe la sfida è quella di produrre un contesto sociale favorevole all’interazione anche casuale, al cazzeggio creativo che produce idee, coesione, linguaggio comune tra i partecipanti. UA ha avuto un notevole successo in questo, grazie all’idea della discoteca di Lucania Lab dopo le lezioni e al ruolo di Velas come infrastruttura sociale (invita tutti, fa da padrona di casa, ha una serie di script carini per intrattenere gli ospiti e così via). Con il mio prossimo progetto come economista vorrei provare a proporre al gruppo di lavoro (ragionevolmente composto di gente sparsa in tutta Italia) di spostare parte delle attività in SL, ma ho bisogno di aiuto per prendere bene la mira. Per esempio, l’ambiente in cui si svolgerà il primo incontro – prima cioè di potere osservare qualunque dinamica sociale e reagire di conseguenza – può somigliare a un ufficio o a una sala del trono vichinga, circa VIII secolo, e questa scelta non è neutra rispetto all’esito dell’esperimento. Poi se non funziona non è certo un dramma, anche i fallimenti sono lezioni di (seconda) vita.

Qualcuno è interessato a ragionarci con me? Che ne pensa Elena, che ha un’esperienza – non esito a dirlo – unica in Italia?

febbraio 5, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     7 comments

Le nostre voci nel canto del pianeta

Mondine!Voices of the World, voci del mondo si chiamava il concerto di giovedì 31 alla Royal Concert Hall di Glasgow. Mai titolo è stato più appropriato. Dopo il trio Grace, Hewat e Polwarth (Corrina Hewat ha fatto anche da presentatrice per la serata), la cantante Mairi Smith, il coro bulgaro Angelite e il coro gaelico di Aberfeldy diretto da Margaret Bennett, è toccato a noi, Fiamma Fumana e coro delle mondine di Novi, di chiuderlo. Il concerto è stato molto godibile fin dall’inizio per la bellezza serena del canto gaelico, le armonie misteriose delle ragazze bulgare e gli accenti elegiaci di Margaret (che mi ha commosso cantando un’aria composta per il figlio Martyn, grandissimo piper, dj, amico e ispiratore dei Fiamma Fumana, che avrebbe 37 anni se il linfoma di Hodgkin non ce l’avesse preso tre anni fa). Però quando sono salite sul palco le mondine è successo qualcosa: intanto cantano forte, con una pressione sonora che viene dritta dai tempi in cui i microfoni non esistevano e ne fa un po’ gli Who dei cori popolari (“il volume è potere”): e poi siamo arrivati noi, con i groove di batteria e gli strumenti, a tirare la gente in piedi e a farla ballare. E’ finita in una grande festa.

La sera, nel club dell’albergo, la festa è continuata. Le mondine si sono messe a cantare (e noi con loro) e non c’era verso di mandarle a letto. Qualcuno ha regalato loro un paio di bottiglie di whisky, che loro hanno assorbito con lo slancio dell’esperienza (facendo in compenso ubriacare Paolino, che non è un bevitore da poco) tra una “Noi vogliamo l’uguaglianza” e una “Pietà l’è morta”. La gente di passaggio si fermava, accumulandosi in una piccola folla, e non ci poteva credere. E in realtà neanch’io: mi bastava un’occhiata agli splendidi 84 anni di Diva, ancora il contralto più potente del coro di Novi, che invece che passare il tempo a guardare Baudo in TV era a Glasgow a cantare alle 4 del mattino. Si sentiva molto l’orgoglio di esserci e il bene che ci vogliamo, nonne, madri, figlie e figli. E ho capito che dopo tutto, nonostante i limiti (anzitutto miei, di musicista e compositore) abbiamo qualcosa da dire al mondo, abbiamo una bella storia da raccontare e una piccola nota da aggiungere al grande concerto del pianeta. Avanti così.

febbraio 3, 2008     Alberto     Fiamma Fumana     6 comments

   


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